Intervista a Chiara Alessandrini, membro del consiglio direttivo di Io non ho paura del lupo aps
Come è iniziata la tua esperienza con i lupi? Perché proprio questa specie?
Ho iniziato a lavorare come Guida Ambientale Escursionistica dopo la laurea ma, siccome la mia attività era incentrata sulle zone protette della pianura parmense, all’epoca il lupo era una presenza piuttosto sporadica. Dopo una pausa, che mi ha tenuto lontano per alcuni anni dalle attività naturalistiche, nel 2018 ho iniziato a seguire l’Associazione Io non ho paura del lupo: i filmati ripresi dalle fototrappole e i racconti su Codino e Sottiletta hanno acceso una scintilla. Ho ricominciato ad andare sul campo, partecipando, assieme ad altri volontari, al monitoraggio della specie nel Parco del Taro. La ricerca dei segni di presenza e il fototrappolaggio di una specie così sfuggevole ed evanescente avevo scoperto che per me erano estremamente avvincenti! La possibilità di catturare, non visti, attimi di vita familiare, interazioni e dinamiche relazionali fra gli individui ripagano di tutti gli sforzi, dei video vuoti e delle attese, che sembrano infinite.
Quello che più mi aveva colpito del lupo, e che continua a stupirmi tuttora, a maggior ragione nel contesto in cui opero io, è la sua elusività, la sua capacità di “sparire” letteralmente in un fazzoletto di terra, la sua abilità nel saper trovare aree piccolissime, completamente inaccessibili, in cui rifugiarsi durante le ore di luce e in cui allevare i cuccioli.
Le relazioni sociali fra gli individui e all’interno dei nuclei familiari di lupo, così affini per certi aspetti a quelle umane, sia nel bene che nel male, sono ciò che più mi emoziona del lupo, e che me lo ha fatto scegliere.
Fare parte del Consiglio Direttivo di un’associazione come Io non ho paura del lupo, che promuove la conservazione della specie in Italia e in Europa, è una grande soddisfazione ma anche una grande sfida: vuoi raccontare un po’ cosa vuol dire per te?
Far parte del Consiglio Direttivo di Io non ho paura del lupo è per me, prima di tutto, motivo di grande orgoglio personale. È un modo per impegnarmi in prima persona e costruire, con le mie mani, qualche tassello in più verso un futuro sostenibile, in cui la nostra specie cerchi e trovi l’equilibrio, e non il piombo, come soluzione per un conflitto, che, prima di tutto, è profondamente culturale. Significa poter guardare negli occhi la generazione futura, con la coscienza limpida, potendo affermare di non essere rimasta a guardare.
La presenza del lupo in Italia è in costante mutamento, e lo status della specie in Europa ha subito importanti aggiornamenti. Come pensi che si evolverà questa storia?
Penso che, una volta recepita nel nostro ordinamento la modifica allo status di conservazione del lupo all’interno della Direttiva Habitat, seguiranno a ruota degli abbattimenti, semplicemente sulla base di “quote” definite a livello nazionale, senza, invece, andare ad agire sugli individui e sui branchi realmente problematici, come, peraltro, è appena avvenuto in Alto Adige, dove è stato abbattuto un lupo che passa di lì, senza sapere se fosse un di quelli responsabili delle predazioni nella zona.
Temo che saranno sacrificati dalla politica molti lupi inutilmente, prima che ci sia una presa di coscienza collettiva, che manifesti una volontà in senso contrario e che finalmente riconosca quello che in realtà già si sa, ossia che l’unica strada di successo è la prevenzione.
Coesistenza: è possibile?
La coesistenza è possibile ma non solo, è soprattutto reale e concreta, come dimostrano le esperienze pratiche di innumerevoli allevatori, perché la prevenzione, in generale e non solo per i danni da fauna, è sempre la strategia vincente. Nel caso del lupo, evitare, o comunque ridurre significativamente ad un livello sostenibile, le predazioni è la strada maestra ma anche l’UNICA che porta risultati tangibili, come dimostrano diverse pubblicazioni scientifiche sull’argomento. Sicuramente, a differenza di quella apparentemente più rapida degli abbattimenti, è una strada non facile, una strada che, all’inizio, appare tortuosa e in salita per chi la deve mettere in pratica, ma che, sul lungo periodo, porta lontano e mostra tutta la sua efficacia. La coesistenza funziona perché si basa sull’equilibrio ed imboccare questo cammino dipende solo dalla nostra lungimiranza.
Che raccomandazioni daresti a chi convive in un’area abitata da lupi, o a chi lavora a stretto contatto con il lupo?
Le raccomandazioni, ovviamente, variano a seconda della categoria e della tipologia di attività coinvolta. Informarsi, formarsi e chiedere consulenza agli esperti consente di individuare la strategia più adatta ad ogni realtà. Nella prevenzione, infatti, non c’è una ricetta univoca ma occorre studiare ogni singolo caso per comprendere le cause e trovare le soluzioni più idonee.
Tenendo sempre ben presente che il “rischio zero” non è possibile da perseguire, come in tutti gli altri campi dell’esistenza umana, ma che si può ridurre sensibilmente il conflitto abbassando i danni ad un livello accettabile e sostenibile.
Lupi di pianura: vuoi raccontare la tua esperienza?
Se una montagna con un lupo è una montagna più alta, sono fermamente convinta che, a maggior ragione, anche una pianura con un lupo sia una pianura più ricca. Come guida ambientale escursionistica e come biologa, mi sono sempre occupata dell’ambito di pianura, che inaspettatamente nasconde ancora delle nicchie di biodiversità, piccole ma che sono vere e proprie oasi di naturalità all’interno del paesaggio agrario. In queste oasi, che, ho imparato a cercare e a trovare, ho scoperto che si può celare una incredibile varietà floristica e faunistica relitta. Queste stesse zone, successivamente, ho scoperto che erano diventate i punti di rifugio scelti dai lupi di pianura.
Non dobbiamo dimenticarci, infatti, che la Pianura Padana un tempo era ricoperta da un’immensa foresta, dove abitavano anche i lupi, come testimoniato dai resti fossili e dai toponimi. Quello del lupo in pianura, in sostanza, è semplicemente un ritorno, ancora più rilevante e prezioso per il ruolo ecologico che il lupo ha dimostrato di ricoprire oggi in questa zona attraverso un significativo controllo della nutria, specie alloctona introdotta accidentalmente dall’uomo, che causa gravi danni.
Il ritorno del lupo in pianura, quindi, è da considerare come l’esito dell’inversione di un processo di eccessivo sfruttamento del territorio e come un importante fattore di riequilibrio ecologico.
La tua narrazione dei lupi di pianura, attraverso il report che hai redatto, è diventata il caso studio in un articolo (https://zfejsca.org/ojs/index.php/jsca), vuoi parlarne?
Con mia grande sorpresa, dopo alcuni mesi che era stato pubblicato il mio primo report sui lupi della pianura parmense, abbiamo ricevuto una comunicazione da Desiree Kumpf, un’antropologa del Max Planck Institute per l’Etnologia, che ci informava di aver utilizzato il mio report come caso studio per una pubblicazione dal titolo “Camera Trapping Wolves and Ghosts: Sensing Universality in the Conservation Sciences”.
Come riportato nell’abstract, di cui cito qui di seguito alcuni passaggi tradotti, l’articolo, pubblicato nel 2024 sul Journal of Social and Cultural Anthropology (JSCA) [Zeitschrift für Ethnologie (ZfE)] esamina come gli scienziati rilevano il ritorno del lupo in Itala attraverso il fototrappolaggio. Nello specifico, analizza due casi in cui i dati, raccolti medianti i filmati, pur non avendo portato a solide conclusioni dal punto di vista scientifico, avevano dato lo spunto per un racconto sul rapporto che unisce uomini e lupi. Trasformare i dati incompleti in racconti avvincenti diffusi mediante i social diventa un’importante modalità per gli scienziati di coinvolgere un pubblico più ampio. Questi racconti scientificamente ispirati vengono utilizzati per combattere la diffusa opposizione alla rinaturalizzazione. Sulla base di questi due casi studio, l’articolo esplora il tema più generale di come la diffusione di una narrazione di interconnessione universale sia diventata un obiettivo centrale nelle scienze della conservazione.
Nel report ho raccontato con passione i primi due anni che ho trascorso sulle tracce di un nucleo familiare di lupi in pianura, con tutto quello che ho potuto cogliere delle loro vite, delle loro difficoltà e dei loro successi. Sono davvero molto grata alla Dott.ssa Kumpf per aver utilizzato il mio report come caso studio.
Descrivi il lupo con tre parole.
Sfuggente, comunicativo, adattabile.
Mistificazione e conflitto: come pensi sia corretto vedere i lupi italici oggi?
Una mentalità poco aperta alla conoscenza, manovrata dalla strumentalizzazione politica, è il terreno fertile su cui cresce rigogliosa la paura senza fondamento, quella illogica, che porta a demonizzare piuttosto che a capire, a detestare anziché cercare soluzioni di buon senso.
La storia del lupo italiano è una storia di resistenza, di un ritorno dopo che la specie era stata sull’orlo del baratro dell’estinzione. Con questo endemismo, che siamo riusciti a tutelare e salvare, dopo aver cercato di sterminarlo, possiamo tornare a convivere pacificamente, reimparando a mettere in pratica quegli accorgimenti che consentono di trovare un equilibrio sul territorio con un grande predatore.
L’Operazione “San Francesco” del WWF, che negli anni ’70 aveva dato un fondamentale impulso al recupero della specie in Italia, è un grande successo conservazionistico. Oggi noi ci troviamo con questa vittoria in mano. Sta a noi decidere cosa farne.
Quali sono le più grandi minacce per il lupo italico?
Al primo posto sicuramente ci sono gli investimenti stradali, che falcidiano soprattutto i branchi che si trovano in prossimità di arterie viabilistiche.
Un altro enorme problema è il bracconaggio, piaga silenziosa e celata agli occhi della gente, che miete ogni tantissime vittime fra la fauna selvatica, che non verranno mai rilevate, seguita subito dopo dagli avvelenamenti secondari causati dai rodenticidi anticoagulanti, che fanno una strage anche di rapaci diurni e notturni oltre che dei mammiferi che si nutrono di roditori, tra cui i lupi.
Una minaccia più subdola, invece, è l’ibridazione con il cane, che “mina” da dentro la capacità del lupo di adattarsi all’ambiente, perché può apportare al suo patrimonio genetico alcune caratteristiche, selezionate dall’uomo nel cane, che non sono ideali per la vita in natura.
Infine, c’è anche il rischio di abituazione e di condizionamento alimentare, con il conseguente sviluppo di comportamenti problematici, che è concreto e reale per tutti quei nuclei familiari che vivono in prossimità dei centri abitati, a cui i lupi possono avvicinarsi attratti dalle fonti alimentari disponibili (rifiuti per strada, cibo per cani e gatti lasciato a disposizione, animali domestici non adeguatamente protetti) o che hanno all’interno del loro territorio allevamenti bovini da latte, che smaltiscono nelle letamaie scarti di allevamento.
Vuoi aggiungere qualcosa?
Oltre che un mammifero che si aggira tra boschi e coltivi, il lupo è un simbolo. La sua salvaguardia, quindi, non è soltanto un’azione di conservazione di una specie ma è, ancora di più una conquista culturale.
Volenti o nolenti, il lupo ci rimette al nostro posto nel mondo. Un posto non al vertice ma nemmeno alla base, Un posto all’interno di una rete, dove tutti i fili sono indissolubilmente legati fra loro e dove ogni singola maglia diventa indispensabile.


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