Di Patrizia Valenziano
Accadde in una notte d’estate, sotto un cielo stellato che pareva inghiottirci. Tutti si erano già ritirati nelle tende per qualche ora di sonno, dopo una piacevole serata trascorsa ad ascoltare il suono delle campane di cristallo in alta quota.
Eravamo rimasti soltanto in due sotto quel firmamento, persi in tanta magnificenza. Tra noi c’erano solo il crepitio di un piccolo fuoco, il fruscio delle foglie danzanti nella brezza notturna e, a tratti, lo scampanio di una mandria nei pascoli poco distanti.
D’improvviso, dopo qualche minuto di profondo silenzio in cui anche le foglie avevano smesso di danzare, si levò, inaspettato, quel canto. Un suono che penetrò ogni singola cellula del nostro corpo, cambiandone per sempre la vibrazione. Un primo ululato, vicino. Restammo in ascolto. Poi un secondo ululato. Ci guardammo; il mio amico fece un cenno lento del capo — sì, era un lupo — e portando un dito alle labbra, mi invitò ad accogliere quel dono in silenzio e ascoltare.
Seguì un altro ululato, poi un altro e un altro ancora: cinque in tutto. Poi tornò il silenzio. Nessun rumore, nulla; solo l’immensità del cielo, il crepitio del fuoco, le foglie che riprendevano a danzare e la montagna che dormiva.
Increduli, con il cuore colmo di gratitudine per quel dono immenso e consapevoli che il nostro già infinito amore per quello stupendo animale si era ormai radicato in modo profondo e indelebile, restammo a guardarci in silenzio. Nei nostri occhi brillava una luce che pareva di stelle.
A chi ha diviso con me il silenzio e il canto.
In ricordo di quella notte in cui tutto è diventato uno.
A noi, che da quella notte portiamo un po’ di quel canto e di quelle stelle dentro gli occhi.
Custodi dello stesso istante. Per sempre.
