Intervista a Daniele Ecotti
Come è iniziata la tua esperienza con i lupi? Perché proprio questa specie?
È cominciata quasi per caso, nel 2015. Da un incontro, da una foto.
All’epoca vivevo già da qualche anno in Alta Val Taro, dove mi ero trasferito dall’Appennino piacentino dove avevo una piccola azienda agricola: allevavo bovini al pascolo semibrado, producevo formaggi a latte crudo, miele, e coltivavo varietà antiche di ortaggi e frutta. Ero un agricoltore e un allevatore, innamorato della montagna e della vita in armonia con la natura.
Un giorno, un cacciatore del posto mi mostrò la foto del suo cane da caccia, sbranato.
“Sono stati i lupi,” mi disse.
In quel momento mi resi conto che, in fondo, di lupi sapevo troppo poco.
Quell’episodio fu una miccia. Dovevo conoscere, informarmi, capire.
E così ho iniziato a studiare. Più andavo a fondo, più mi accorgevo di quanto il lupo fosse circondato da disinformazione, da miti duri a morire, da paure – antiche e moderne – spesso alimentate da chi ha interesse a mantenere alta la tensione. Non venivo dal mondo della conservazione, ma da quello del lavoro agricolo, del rapporto quotidiano con gli animali. Proprio per questo sentivo di avere una prospettiva diversa, e un rispetto profondo: per chi vive e lavora in montagna, ma anche per il selvatico che la abita.
Poi c’è il lupo animale in sé.
È quello che ti fa alzare alle tre del mattino per un appostamento all’alba, nella speranza di scorgerlo tra le ombre del bosco. Che ti spinge a camminare per ore seguendo le sue tracce, imparando a leggere il paesaggio con occhi nuovi. È l’animale che, anche se non lo vedi, ti fa percepire una presenza e ti lega a quei luoghi in modo diverso. Ti fa sentire che quella montagna, quel crinale, quel margine di foresta sono ancora più belli perché sai che lì, da qualche parte, ci sono anche i lupi.
Dal 2016 ho iniziato a monitorare i lupi con costanza, usando metodi non invasivi come il fototrappolaggio. Ho imparato a riconoscere individui, a documentare le storie dei branchi, a osservare le dinamiche familiari, i cambiamenti stagionali, le relazioni tra i gruppi.
Raccontare queste storie è diventato parte del mio lavoro: perché i lupi esistono davvero per gli altri solo se qualcuno li racconta. E raccontarli è un modo per coinvolgere le persone, informarle, e contribuire a una coesistenza più consapevole.
Il lupo per me è un percorso nato dal bisogno di conoscere e alimentato da una passione, che negli anni si è trasformato in impegno e responsabilità.
Ed eccomi qui.
Gestire un’associazione come Io non ho paura del lupo è una grande soddisfazione ma anche una grande sfida: vuoi raccontare cosa vuol dire per te?
E’ un po’ come camminare in equilibrio tra passione e responsabilità. È una grande soddisfazione perché ogni giorno ho la possibilità di contribuire concretamente alla coesistenza tra l’uomo e uno degli animali più simbolici e controversi del nostro tempo. Ma è anche una sfida continua, fatta di ostacoli pratici, incomprensioni culturali, necessità di mediazione. Significa mettersi in gioco su più fronti: dalla divulgazione nelle scuole alla gestione dei conflitti con gli allevatori, dal monitoraggio sul campo alla partecipazione a tavoli tecnici, passando per la comunicazione, l’organizzazione degli eventi, la scrittura di progetti. Richiede ascolto, pazienza e determinazione. Significa anche fare i conti con le emozioni — le proprie e quelle degli altri — quando si toccano temi delicati come la paura, la rabbia, la perdita. Ma più di tutto, significa voler agire per dare un contributo ad un oggi più che mai necessario cambiamento culturale fondamentale per trovare un equilibrio tra umani e selvatici.
La presenza del lupo in Italia è in costante mutamento, e lo status della specie in Europa ha subito importanti aggiornamenti. Come pensi che si evolverà questa storia?
Dipende da noi. Il lupo ha già fatto la sua parte: è tornato da solo, ha superato ostacoli enormi, ha ricolonizzato anche habitat marginali e antropizzati adattandosi in modo straordinario. Ora la sfida è nostra: vogliamo imparare a coesistere oppure pretendiamo che la natura rispetti le nostre comodità? L’Europa sta discutendo di deroghe e declassamenti, ma la realtà è che senza una governance seria e condivisa, senza dati aggiornati e senza un lavoro costante di comunicazione, le tensioni non diminuiranno. Non sarà la gestione del lupo a mitigare i conflitti, i lupi sono già ampiamente “gestiti” illegalmente nel nostro Paese.
La gestione “venduta” come fosse la soluzione per chi alleva è uno specchietto per le allodole non risolverà i problemi sulle predazioni. Quello su cui bisogna lavorare, la direzione da prendere dovrebbe essere invece quella di incentivare, sostenere e guidare gli allevatori nel mettere in atto sistemi di prevenzione e più in generale tutte le persone a rapportarsi in modo equilibrato col selvatico.
Coesistenza: è possibile?
La coesistenza è possibile se la si costruisce insieme, giorno dopo giorno, con realismo, ma anche con visione. E con la volontà di non tornare indietro. Bisogna essere pronti a cambiare, a imparare, a collaborare. Nessuno ha la bacchetta magica, ma se si fa rete – tra allevatori, tecnici, associazioni – si possono trovare soluzioni concrete. Serve ascolto, serve supporto, servirebbe poi una visione politica che tenga insieme natura e attività umane, che purtroppo in questo momento non va certo in questa direzione. Non penso che dobbiamo scegliere tra proteggere gli animali selvatici o sostenere chi lavora in montagna. Possiamo fare entrambe le cose, se lo vogliamo davvero.
Che raccomandazioni daresti a chi convive in un’area abitata da lupi, o a chi lavora a stretto contatto con il lupo?
La prima cosa che raccomanderei è di informarsi bene. Sembra banale, ma non lo è. Tante paure nascono da vecchi racconti, da notizie distorte, da immagini che non hanno niente a che vedere con la realtà del lupo. Conoscere il suo comportamento, il suo ruolo nell’ecosistema e il modo in cui interagisce con l’ambiente umano è il primo passo per evitare problemi. E per chi alleva mettere in atto strategie anti-predatorie attraverso l’adozione di sistemi di prevenzione.
Descrivi il lupo con tre parole.
Elusivo. Adattabile. Incompreso.
Mistificazione e conflitto: come pensi sia corretto vedere i lupi italici oggi?
Oggi più che mai abbiamo bisogno di uno sguardo lucido. Il lupo non è il nemico, ma nemmeno un animale totem. È un animale selvatico con comportamenti complessi, a volte difficili da interpretare. Dobbiamo uscire dalla narrazione ideologica e guardarlo per quello che è: un predatore, certo, ma anche un elemento chiave dell’ecosistema. E soprattutto, un animale capace di adattarsi profondamente alla nostra presenza, il che richiede da parte nostra un cambiamento di approccio.
Quali sono le più grandi minacce per il lupo italico?
Il bracconaggio, ancora oggi molto presente e sottostimato. L’ibridazione con il cane.
La semplificazione narrativa: ridurre tutto a “lupo sì/lupo no”, ignorando la complessità delle relazioni ecologiche e sociali. Manca un’informazione istituzionale, trasparente e accessibile a tutti.
L’immobilismo, l’Italia è il Paese in Europa con il più alto numero di lupi e non abbiamo un piano di gestione e conservazione della specie. Se vogliamo coesistere, dobbiamo conoscere. Servono dati. E serve anche agire sul bracconaggio, sull’ibridazione, sul modo di comunicare.
Vuoi aggiungere qualcosa?
Il lupo è solo un tassello, ma è un tassello che ci costringe a fare i conti con le nostre scelte, con il modo in cui ci relazioniamo al selvatico, con quello che lasciamo — o non lasciamo — alle generazioni che verranno. Ed è proprio per questo che è importante occuparsene: perché la presenza del lupo ci interroga come società. Ci chiede se vogliamo davvero vivere in un mondo dove la biodiversità ha un posto, dove la natura non è solo un’immagine da cartolina ma una realtà viva, anche scomoda, con cui confrontarsi. Occuparsene significa scegliere di provare a dare il proprio contributo a un cambiamento necessario: quello che ci porti verso un modo diverso di abitare il mondo, dove la coesistenza con il selvatico non sia più vissuta come una minaccia, ma come un’opportunità.

